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Imparare a giudicare: un esercizio condiviso e interdisciplinare
16.12.2025
Cedric van der Poel, Ivo Vasella

Per la prima volta, con l’edizione 2026 del Prix SIA, anche il corpo studentesco avrà voce in capitolo: le studentesse e gli studenti saranno infatti chiamati a valutare i progetti in concorso e a conferire un proprio premio. La maggior parte di coloro che andranno a costituire la giuria studentesca non ha mai partecipato né alla pianificazione né alla realizzazione di un progetto di costruzione. Ai giovani giurati sarà tuttavia assegnata una missione impegnativa: selezionare i progetti meritevoli del Prix SIA. L’approccio scelto, a carattere esplorativo, è del tutto inedito nel suo genere. Il risultato per ora è aperto, ma sarà senza dubbio portatore di grandi insegnamenti, e anche di uno sguardo critico sull’importanza crescente dei premi nel contesto della cultura della costruzione.

Come sono percepiti dal corpo studentesco i progetti realizzati dall’odierna architettura? Quali aspetti, temi o processi catturano l’attenzione delle studentesse e degli studenti? Quali sono i criteri che ritengono più importanti? Ma soprattutto: i giovani giurati sapranno argomentare le proprie opinioni? Che cosa diranno e come difenderanno le proprie posizioni quando si troveranno faccia a faccia con i giurati professionisti?

La SIA coglie la sfida come un’occasione unica per entrare nel merito di quello che è il modo di pensare della nuova generazione. Una generazione formata da giovani che saranno ben presto coinvolti nella pianificazione, nella progettazione e nella costruzione degli spazi pubblici, giovani che forse decideranno anche di diventare soci SIA. Quello offerto dal corpo studentesco è uno sguardo pieno di curiosità, fresco, spontaneo, spesso fuori dagli schemi, e per questo oltremodo prezioso.

Con questa iniziativa, la SIA spera anche di mettere in luce i propri obiettivi e temi cruciali, rendendoli più chiari, trasparenti e leggibili agli occhi del giovane pubblico. Di fatto, quando si dice SIA, si pensa subito alle norme e ai regolamenti. L’immagine dell’associazione deve però acquisire maggiore ampiezza, poiché la SIA è protagonista della sfera culturale e si impegna in difesa di una cultura della costruzione di qualità. Il Prix SIA contribuisce pienamente a questo intento, valorizzando le opere più meritevoli ed esemplari realizzate dai soci e rafforzando l’immagine della professione sia tra il corpo studentesco che tra il vasto pubblico.

Esprimere un giudizio: un’arte che si impara 
Il corso opzionale si svolge in sei sessioni preparatorie: i primi quattro appuntamenti sono pensati per fornire le basi teoriche richieste per poter effettuare una valutazione incrociata, tenendo conto sia dell’ambito architettonico (progettazione) sia di quello sociale (utilizzo). Altre due sessioni sono invece dedicate all’organizzazione vera a propria delle giornate di valutazione, che saranno gestite in piena autonomia. Il corso, condotto congiuntamente da Sonia Curnier (HEIA-FR) e da Swetha Rao Dhananka (HETS-FR), coinvolge diversi relatori esterni dai profili eterogenei: esperti di lavoro sociale, architettura, paesaggio, ingegneria, personalità attive presso la SIA e presso Espazium. La formazione mira a dotare le studentesse e gli studenti degli strumenti indispensabili per essere in grado di elaborare criteri, metodi e un approccio di valutazione propri, tutto ciò insieme.

Sin dai primi scambi intrattenuti appare chiara una cosa: la neutralità disciplinare non esiste. Ognuno arriva con il proprio bagaglio di saperi, un vissuto individuale che si riflette nella lettura di un progetto. Ecco dunque che, se chiamati a valutare un’opera, gli ingegneri tenderanno a cogliere le strutture, gli architetti saranno invece attratti dagli spazi, mentre chi lavora nel sociale sarà più propenso a considerare gli utilizzi, come pure a ponderare eventuali disparità o punti deboli. Questa prima constatazione di massima può forse apparire banale nella sua semplicità, ma rappresenta senza dubbio il primo grande insegnamento del corso. Insomma, valutare non è mai un gesto astratto e fine a se stesso, è il frutto di una presa di posizione ben riflettuta, mirata e pertinente. Le sessioni dedicate alla logica dei premi illustrano come, quando si seleziona un progetto, quello che conta non è tanto il fatto di applicare una griglia di valutazione, ma piuttosto la capacità di rendere espliciti i propri valori. In altre parole: giudicare significa esporsi, spiegare e raccontare.

Osservare un’opera nella sua realtà
Uno dei primi punti salienti del modulo è la visita guidata al quartiere di Plaines-du-Loup. Scelta dalle organizzatrici del corso, la visita è guidata da Camille Del Boca che al quartiere losannese ha dedicato il proprio lavoro di Master. Le studentesse e gli studenti si immergono nel vivo e osservano ciò che non si può leggere sulla carta, e cioè la materialità del luogo, con gli utilizzi reali, gli ambienti, le soluzioni improvvisate e tutto ciò che resta, a cavallo tra intenzioni e vissuto. L’obiettivo è quello di mostrare come, per cimentarsi con la valutazione di un progetto, sia necessario andare ben oltre un disegno. Insomma, per esprimere una valutazione pertinente bisogna guardare quello che il progetto diventa una volta che l’opera finita viene consegnata alla città.

L’intervento di Marie-Claire Rey-Baeriswyl, già professoressa presso la HETS-FR, fornisce alcuni utili approfondimenti in merito, riconducendo la discussione alle vite, ma anche ai legami, alle vulnerabilità, e a tutti quegli aspetti che sono toccati dalla progettazione, a volte quasi in sordina. La domanda, posta dalla Rey-Baeriswyl, è cruciale nella sua semplicità: che cosa fa questo progetto alla gente? La valutazione deve dunque integrare anche gli effetti, cioè tutto quello che un progetto apporta, con le sue zone d’ombra e le sue promesse, a prescindere che siano state mantenute oppure no.

Dibattere sulla legittimità del giudizio
La presentazione tenuta dall’architetta e urbanista Gabriela Marcovecchio amplia ancora di più la visuale. La Marcovecchio ricorda come, in alcuni concorsi, si ascoltino già le voci cittadine e siano chiamati a collaborare esperti in materia di utilizzo. La giuria non è mai uno strumento solo e strettamente professionale, va intesa come un luogo in cui dimora la democrazia, come un gremio politico dove si delibera sulle visioni di una città. In un gruppo interdisciplinare, tale riconoscimento funge da specchio: ognuno si rende conto allora di come il concetto di legittimità poggi in realtà sia sulla formazione individuale sia sulla capacità di argomentare, ascoltare e staccarsi dalle proprie prospettive.

Usare i criteri di Davos come quadro comune
Gli otto criteri della Dichiarazione di Davos, presentati da Claudia Schwalfenberg (SIA), rappresentano la griglia di riferimento definita dalla SIA. La loro forza si basa proprio sulla loro apertura: i criteri infatti organizzano la discussione, senza tuttavia limitarla.

Destreggiandosi con i vari criteri, le studentesse e gli studenti scoprono come questo strumento offra un ampio spazio di negoziazione. Il Genius loci (lo spirito del luogo) può ad esempio riferirsi a un ambiente, alla solidità della costruzione ma anche al modo in cui la società ha fatto suo un dato luogo, tutto dipende dalla persona che parla. Questo slittamento continuo di prospettiva rivela un’evidenza troppo spesso ignorata: la soggettività non è un ostacolo, ma la materia prima del giudizio.

Al modulo hanno partecipato anche Nathalie Mongé e Cristina Zanini Barzaghi, entrambe intervenute in veste di giurate al Prix SIA 2024. Le due esperte hanno raccontato della propria esperienza, ribadendo come i criteri non siano una dottrina ma fungano da linea guida. La libertà d’interpretazione lasciata dagli otto criteri va colta come una vera e propria occasione, un modo per trovare un senso comune, attraverso il dialogo e la condivisione, collettiva e interdisciplinare.

Sfruttare la soggettività come risorsa
A modulo concluso, il succo del discorso è chiaro: esprimere un giudizio non è una procedura che si può imparare, è piuttosto un’esperienza che nasce dalla pluralità. Ognuno arriva con i propri preconcetti, le proprie idee, i propri punti di riferimento, tutto sta nell’imparare a esporli, a raccontarli, così che possano diventare oggetto di una discussione.

La soggettività non è un aspetto che va contenuto e limitato, è materiale di lavoro: è ciò che lascia spazio alle sfumature e che conferisce spessore al concetto stesso di qualità.

Imparando a parlare delle proprie soggettività, le studentesse e gli studenti non soltanto si preparano a valutare i progetti, si allenano anche a «fare società».

Il resto deve ancora venire: vale a dire l’elaborazione di una griglia di valutazione, l’organizzazione della giuria e le delibere di febbraio. E sarà la giovane giuria a tenere le redini, ma a questo dedicheremo un altro articolo. 

I progetti per il Prix SIA 2026 possono essere presentati fino al 23 gennaio 2026. Partecipate subito!